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Mio figlio è normale?

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La comparazione delle azioni compiute dai propri figli è da sempre tra i maggiori argomenti protagonisti delle chiacchiere dei neogenitori. “Ma tuo figlio dorme?”, “Mio figlio mangia soltanto quando lo tengo in braccio”, “Il mio ha già iniziato a camminare, perché il tuo no?”, “Per fortuna mangia di tutto!”.

Sono dialoghi che tendono al paragone e, succede di frequente, che inizino anche a insinuare il dubbio in quel genitore che già vive nel terrore che possa esserci qualcosa che non sta andando per il verso giusto.  Possiamo sintetizzare questa preoccupazione in una domanda che spesso viene rivolta al pedagogista: “Secondo lei, mio figlio è normale?”

È normale che faccia così?

Rivolgendo l’attenzione verso determinati comportamenti, il genitore spesso si chiede: “È normale che faccia così?”. Quando non si ha una particolare confidenza con la prima infanzia, l’ombra del dubbio si appoggia su moltissimi aspetti comportamentali che, il più delle volte, seppure possano apparire bizzarri, potremmo tranquillamente intendere come tipici o come fenomeni di passaggio. Potenzialmente ogni momento dell’età evolutiva potrebbe essere vissuto come un problema o un’anomalia a seconda della percezione di chi lo riceve.

Quando mi occupavo dei bambini del nido ho trovato spesso difficile spiegare ad alcuni genitori come l’azione del portare gli oggetti alla bocca non solo fosse un comportamento “normale” dei bambini di quell’età ma anche necessario al loro sviluppo. Per questo, era fondamentale che l’adulto sostenesse e rendesse possibile questo evento della crescita. Nonostante ciò, l’istinto era quello di rimproverare il piccolo che metteva qualcosa in bocca, anziché lasciare libera la naturalezza di questa importante esperienza.

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Cosa influenza il comportamento del bambino

Qual è, dunque, il confine tra ciò che possiamo considerare normale e ciò che invece potrebbe darci indicazione di un problema e, quindi, dovremmo iniziare a preoccuparci. Innanzi tutto, è fondamentale imparare a essere osservatori attenti, a mettersi in ascolto attivo e a lasciarsi guidare anche dall’istinto alla vita che il bambino piccolo porta con sé da milioni di anni e che noi, diventando adulti, dimentichiamo.

Da una parte, i bambini sono portatori di una conoscenza arcaica e, per questo, si presentano con competenze comuni e innate. D’altra parte, ogni bambino presenta caratteristiche individuali e diverse dagli altri, influenzate anche dall’ambiente nel quale si trova a interagire e dallo stile educativo dei suoi genitori o di coloro che si occupano di lui. Da quando nasce, il bambino riceve i messaggi dalle figure di accudimento e qui inizia a formare il comportamento e il pensiero.

La relazione pone influenze reciproche e costanti, tanto da poter affermare che il temperamento non può intendersi come qualcosa di immutabile, bensì come una caratteristica condizionata da una radice biologica e modellata dalle risposte dell’ambiente.

L’idea di un temperamento iniziale, una sorta di stampo con cui ci presentiamo al mondo, ci porta a riflettere sul modo in cui un bambino compie un’azione. Non tanto, dunque, su cosa fa ma su come lo fa. Ad esempio, due bambini possono entrambi imparare a fare una certa cosa, come andare in bicicletta, e differire su molti aspetti, quali la sicurezza, la velocità, l’equilibrio, ecc… Proprio queste differenze vengono spesso portate al vaglio dagli adulti per definire una questione piuttosto dannosa (e che sarebbe da evitare): quel bambino è più portato dell’altro.

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Saper accogliere e sostenere la diversità

Lo stile di comportamento e l’interesse verso qualcosa può essere nettamente diverso da un bambino all’altro. Per questo, gli adulti dovrebbero impegnarsi a dare ai piccoli la possibilità di sperimentare e di provare, lasciando da parte il giudizio e il confronto fine a se stesso, valutando che, se si escludono i casi legati a un problema di salute che deve essere indagato per altre ragioni, la normalità è un concetto dai difficili confini. Si può essere normali in milioni di modi diversi.

Tra i compiti del genitore vi è certamente l’attitudine ad accogliere, conoscere, accettare e sostenere il tipo di temperamento del figlio, abbandonando l’idea, spesso inconsapevole, di doverlo cambiare e di farlo corrispondere ai propri ideali o alle proprie aspettative. L’educazione si genera nell’incontro con l’altro e nella capacità di adattamento reciproco.

Chess e Thomas, studiosi del New York Longitudinal Study (NYLS), una delle prime ricerche diacroniche sul temperamento, hanno definito come lo stile genitoriale possa essere compatibile o incompatibile quando messo di fronte a un determinato temperamento del bambino.

Esiste compatibilità quando le richieste e le aspettative dei genitori (e di altre figure importanti) si incontrano bene con il temperamento, le attitudini e altre caratteristiche del bambino. C’è invece incompatibilità se le richieste e le aspettative sono eccessive o comunque non corrispondono al temperamento, alle abilità e a tutte le altre caratteristiche del bambino.

Chess S., Thomas A., “Conosci tuo figlio. Un’autorevole guida per i genitori di oggi” (1989)

Ai genitori, e agli adulti che si occupano dell’educazione dei piccoli, è richiesto dunque di agire abbandonando l’idea che esista un solo punto di vista e che esista un genitore perfetto al quale fare corrispondere un bambino normale. Ci sono, invece, al mondo bambini diversi tra loro che incontrano genitori che imparano a esserlo strada facendo e secondo il proprio stile.

Da questa prospettiva, ciò che, come pedagogisti, suggeriamo ai genitori, è di lavorare sulla propria idea di perfezione e imparare a conoscere il proprio bambino, le sue inclinazioni, attitudini ed evoluzioni. È necessario anche di darsi il tempo di conoscere se stessi, in questo modo si riuscirà a trovare il modo migliore per essere un punto d’incontro nella relazione con i propri figli.

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